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Anne-Robert-Jacques TURGOT – barone de l'Aulne

(Parigi 1727-1781)

economista e uomo politico francese;

discendente da antica famiglia della nobiltà normanna, figlio del presidente delle Inchieste del parlamento di Parigi;

viene avviato alla carriera ecclesiastica, ma ben presto i suoi studi si indirizzano verso argomenti di economia e di finanza;

1751
abbandona lo stato ecclesiastico ed entra nella magistratura;

1752
è nominato sostituto procuratore generale del parlamento di Parigi;

1753
è nominato maître de requêtes;

1754

Le Conciliateur ou Lettres d'un ecclésiastique à un magistrat, sur le droit des citoyens à jouir de la tolérance civile pour leurs opinions religieuses; sur celui du clergé de repousser par toute la puissance ecclésiastique les erreurs qu'il désapprouve, et sur les devoirs du prince à l'un et à l'autre égard (Rome 1754)
[Nella conclusione di questo scritto, a proposito della tolleranza, egli dice: "Un secolo fa questi principii avrebbero potuto urtare molte persone; ma noi diventiamo più illuminati di giorno in giorno, e impariamo a distinguere nella religione ciò che le è veramente essenziale da ciò che vi fu aggiunto dagli uomini. Noi detestiamo più che mai l'inquisizione; ammiriamo l'editto di tolleranza dell'Imperatrice-regina: ci sembra saggio il Re di Prussia, che, sebbene protestante, ha accordato ai cattolici il libero eercizio della loro religione. La revoca ell'Editto di Nantes ci rivolta; le nostre truppe gemono quando sono condotte contro i protestanti. Speriamo dunque che fra poco gli spiriti, ritornati a se stessi, arrossiscano di un acciecamento, che esercitò una troppo grande influenza sulla condotta dei principi e sacrificò tanti uomini".
Ecco poi come egli concepisce la posizione dello Stato nella questione:
"Il principe ha quattro classi di persone da accontentare: i protestanti, i giansenisti, i vescovi, il parlamento".
Ora egli deve dire ai protestanti: "Io mi dolgo e devo dolermi di vedervi fuori del grembo della Chiesa; la mia convinzione che la verità non si trova che nel grembo della Chiesa cattolica, e la tenerezza che ho per voi, non mi permettono di non dolermi della vostra sorte. Ma, sebbene voi siate nell'errore, io vi tratterò come miei figli. Ottemperate alle leggi, continuate a giovare allo Stato di cui siete membri, e sarete ugualmente protetti da me, come gli altri miei sudditi. Il mio apostolato è di rendervi tutti felici".
Deve dire ai giansenisti:
"Sarebbe mio desiderio che la Chiesa fosse senza scissure, ma non dipende da me di toglierle; io posso desiderare che non vi si pronunci contro l'anatema, ma non spetta a me né sospenderlo né pronunciarlo. Tutto quello che io posso fare è di proteggervi come cittadini; solo sotto questo rapporto posso occuparmi di voi. Non temete dunque né punizione, né esilio, né prigionia: Dio voglia che la pace torni nella Chiesa, ma guai a me se le sue discordie si propagassero allo Stato!".
Deve dire ai vescovi:
"Nessuno ascolta con più rispetto di me la vostra voce; io m'inchino alle vostre decisioni; io non avrò mai altra fede che la vostra; ma io non mi immischierò mai negli affari della religione. Se le leggi della Chiesa diventassero le leggi dello Stato, io darei mano al turibolo; ma così non essendo, io non ho alcun diritto di pretendere dai miei sudditi che la pensino come me. Usate del vostro esempio, delle vostre esortazioni per convertirli, ma non contate sopra di me. Se io avessi la disgrazia di non essere cristiano, avrei diritto di pretendere che voi vi staccaste dal Cristianesimo! Voi avete le vostre leggi per appianare le vostre discordie, io lasco che voi le applichiate come meglio vi pare, ma non presterò mai le armi temporali all'autorità spirituale. Invano voi insistereste presso di me, perché perseguiti i Protestanti ed i Giansenisti, bandisca gli uni e imprigioni gli altri o li privi delle loro cariche. Contate dunque sulla mia sommeissione come fedele cristiano; come Re non posso garantirvi che la stessa giustizia a cui sono tenuto verso tutti i miei sudditi".
Deve dire al parlamento:
"La mia autorità e la vostra sono inseparabili; io vi ho affidato il mio potere e non intendo di riprendervelo; ma voi non potete averne più di quanto ne abbia io stesso. In materia spirituale io non ne ho punto; il mio imperio non ha per fine di salvare le anime. Lasciate ai Vescovi la cura di decidere nelle questioni religiose; voi non occupatevi che di difendere i miei sudditi nel loro onore, nelle loro sostanze, nella loro vita; riservate a voi solo quanto li riguarda come cittadini, e lasciate alla Chiesa quanto li riguarda come fedeli".

1761
passa alla carriera amministrativa quando viene nominato intendente del Limousine; frequenta i philosophes legandosi particolarmente a J.-C. de Gournay e a F. Quesnay collaborando anche all' Encyclopédie di D. Diderot e J.-B. Le Rond d'Alembert per la quale scrive  gli articoli Esistenza, Fiere e mercati, Fondazione;

si trasferisce a Limoges dove regge l'intendenza, sostenendo una politica di libertà commerciale e di incremento delle attività economiche;

1766

Riflessioni sulla formazione e la distribuzione delle ricchezze (1766)

1770

si oppone, anche con lettere personali, alle misure vincolistiche ripristinate nel 1770;

Lettere sulla libertà di commercio dei grani (1770)

1774 
20 luglio, su proposta del conte di Maurepas è nominato ministro della Marina; 
24 agosto, è chiamato da Louis XVI alla carica di controllore generale cioè di ministro delle finanze;
chiama a collaborare con il ministero i due grandi amici Ch.-G.-L. des Malesherbes e il marchese di Condorcet;
con l'assenso del re egli intende attuare un programma di graduali riforme economiche tendenti a ridurre il deficit dello Stato sottoponendo anche i ceti privilegiati ad un carico fiscale, riducendo le spese della corte e i privilegi feudali e sostituendo un'amministrazione fiscale al sistema dell'appalto della riscossione delle imposte (ferme générale) introducendo un'unica imposta territoriale;
ottobre, viene scritto ed emanato l'editto con cui si concede la libertà di commercio interno ed internazionale dei grani e delle farine, 

1775
la libertà di commercio viene estesa anche ad oli, al vino e al bestiame;
egli spera di ottenere, nonostante il rischio di un aumento dei prezzi, dei risultati positivi;
la caduta delle esportazioni e il cattivo raccolto determinano il rincaro e la mancanza di generi di prima necessità facendo scoppiare a Parigi e in alcune zone della provincia francese gravi tumulti popolari (la cosiddetta "guerra delle farine");

in primavera i tumulti diventano violenti;
per quanto domata, la rivolta parigina segna la fine dell'esperimento riformatore;

Memoria sulla municipalità (1775)

1776
12 maggio, licenziato dal re, abbandona la vita politica dedicandosi a studi di economia;
il ministero passa a Clugny per sei mesi e alla morte di questi, a Necker;

1781

muore a Parigi.

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Opere (1807-11, csa una sua biografia, pubblicate a cura di Dupont de Nemours).

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